La Dittatura della Felicità
Susanna Tamaro

Susanna Tamaro è uno dei romanzieri e saggisti contemporanei più apprezzati d'Italia. Il suo romanzo Va 'dove ti porta il cuore è stato tradotto in oltre 40 lingue. Il saggio qui estratto è stato presentato oltre un decennio fa all'Istituto San Lodovico, il convento di Orvieto dove lo Studio d'Arte, Fede e Storia ha avuto la sua prima sede.

Più tardi, sull’autobus che mi riportava a casa, ho capito: viviamo in una grande pianura in cui la storia è stata abolita.

Per natura sono una persona curiosa e pragmatica.  Amo molto studiare e riflettere ma mi piace anche confrontarmi con la fisicità della materia.  Per questo, da molti anni ormai, mi occupo di educazione del corpo e della relazione profonda e misteriosa che lega il corpo alla mente.

Così il mio sguardo sulla realtà non è quello di chi ha una teoria e, attraverso quella teoria, la interpreta, ma va direttamente alla realtà primaria, direi quasi fisiologica, dell’esistenza.

È questo sguardo che mi fa percepire la sofferenza intorno e mi fa essere serenamente pessimista.  Anche se tutti parlano di felicità e di realizzazione, quello che spira sui nostri giorni è un vento di smarrimento e di disperazione, un vento che ci fa aggrappare a qualsiasi cosa pur di sfuggire al gorgo nero che ci portiamo dentro.

Qualche settimana fa, ero seduta su una panchina, in una zona periferica e molto trafficata di Roma.  Un serpentone continuo di passanti variopinti mi sfilava davanti agli occhi. La luce del tramonto indorava gli ultimi piani dei grandi palazzi, come fossero rocce di un canyon.  Un jumbo dalla pancia argentata stava atterrando sulla capitale mentre il volo rumoroso di una coppia di gabbiani reali solcava l’ultima striscia azzurra del cielo.

Accanto alla mia panchina dei caparbi fiorellini rosa facevano capolino tra le foglie di due gracili oleandri, sorretti da un tutore arrugginito.  Mi colpisce sempre qualcosa che sopravvive in mezzo all’asfalto e alla spazzatura.  Così mi sono guardata intorno e ho cercato di capire se qualcun altro si era accorto di quella gratuita offerta di bellezza.  Inutilmente.

La folla tribale continuava la sua marcia.  Una marcia cupa, opaca, indifferente ai fiorellini dell’oleandro e alla puzza degli scappamenti, indifferente allo sguardo dell’altro e allo spicchio di cielo invaso da luce dorata del tramonto, indifferente a quel merlo maschio che poco più in là, dalla sommità di uno striminzito ligustro, con una cascata melodiosa metteva in guardia.  “Altolà!  Attenti!  Questo è il mio territorio!”

A quale territorio appartenevano quei volti?  Mi sono chiesta Da dove vengono?  Dove vanno?  Che cosa vedono, cosa ascoltano?

Più tardi, sull’autobus che mi riportava a casa, ho capito: viviamo in una grande pianura in cui la storia è stata abolita.

La storia, le storie, tutto ciò che manifesta la sua esistenza modificandosi progressivamente del tempo.  Niente più racconta il passato, niente più costruisce il futuro.  Il tempo esiste soltanto nella funzione dell’istante consumato e vuoto della materia e del possesso.

Mi è tornato allora in mente, al titolo del libro di Gogol, Le anime morte.  La nostra tribù, la tribù delle anime morte, si crede un modello massimo di civiltà, per via dell’altissimo livello di libertà di cui gode ogni singolo individuo, proponendosi come esempio da imitare ai mondi più lontani. Diventate come noi e sarete felici.  Siamo gentili, tolleranti, democratici, convinti della naturale bontà dell’essere umano.

Per questo proviamo sdegno e orrore quando questa bontà viene tradita e i nostri simili si trasformano in belve.  Com’è possibile arrivare a tanto?  Ci domandiamo attoniti.  Allora facciamo appelli, sottoscriviamo manifesti, partecipiamo a tavole rotonde, manifestiamo la nostra superiore civiltà su tutti i tipi di mass media.

Placata l’ansia con queste pubbliche attività propiziatorie torniamo sereni alle nostre piccole battaglie quotidiane. Contro cosa lottiamo?  Principalmente contro la cellulite, il colesterolo e il dilatarsi dei nostri corpi sotto la duplice perversa pressione della forza di gravità e del tempo.

Lottiamo per rimanere giovani e belli, per far sì che la vita sia un eterno presente, una replica di polaroid perfette.  Per aiutare questo processo, modifichiamo anche i rapporti intorno a noi.  I genitori si fanno chiamare dai figli con il nome di battesimo e i nonni, nel migliore dei casi, si trasformano in zii.  Nessuno deve essere quello che è, quello che la natura gli impone di essere.

Invece di scegliere il compimento scegliamo l’apparenza, invece del legame, la libertà.  O quella che crediamo essere tale perché è evidente che da queste scelte la libertà è lontanissima.

Viviamo ormai in un mondo antistorico, un mondo in cui va goduto l’istante.  Ci consoliamo dicendoci che anche le filosofie orientali riconoscono l’istante come momento supremo, dimenticando che in quelle filosofie – come il taoismo, ad esempio – il bene supremo viene identificato con l’aderire ai cicli della natura.  È nel seguire armoniosamente la legge della terra e del cielo che l’uomo trova il suo compimento, non nell’emulare gruppi di scimmie che vivono urlando sulla sommità degli alberi.

L’uomo occidentale ha completamente reciso il legame con il cielo, e con il mistero che lo lega alla terra e al cielo.

La rottura di questo legame l’ha condotto a una sorta di cecità.  Non si sa più vedere, non si sa più ascoltare, non si sa più sentire.  I pensieri e la volontà, con un ritmo ossessivo, sono costantemente puntati sull’immagine di un noi come dovremmo essere – o come ci viene detto che dovremmo essere – secondo i dettami di quell’entità spersonalizzata e quasi onnipotente che domina il nostro tempo: la comunicazione di massa.

Osservando dall’esterno la gran quantità di notizie che ogni giorno ci viene offerta dalla TV, dalla radio, dai giornali, da Internet mi viene da pensare che non sia poi molto diversa da una chiacchiera di paese planetaria.  Un evento accaduto in un paese molto lontano occupa per giorni e giorni le nostre vite, suscita il nostro sdegno, ci sconvolge nel profondo ed è capace di cancellare completamente la nostra umile realtà quotidiana.

Viviamo proiettati in una realtà virtuale, manipolata dai vari passaggi giornalistici e mediatici e non siamo più capaci di coltivare uno sguardo originale, di cogliere l’unicità della nostra vita come dono, come costruzione di un progetto capace di migliorarci e di migliorare il piccolo spicchio di mondo intorno a noi.  L’unica responsabilità riconosciuta è quella di manifestare sdegno e orrore davanti a una platea possibilmente vasta e mediatica.

Il rimpianto del tempo che ci ha preceduto è una costante dell’animo e della storia umana.  Arrivati a una certa età, ci si convince che la società sia ormai sul baratro di un’inarrestabile decadenza, che le giovani generazioni siano generazioni di fuchi, di inetti, di creature prive di midollo osseo.  Se davvero così fosse, il mondo si sarebbe già estinto da un pezzo.

Tuttavia, malgrado l’ovvietà di questo luogo comune, non si deve cadere nella trappola contraria, quella di non sapere cogliere le differenze dei tempi.  È solo dalla differenza, infatti che può nascere la critica e dalla critica, la percezione di ciò che è positivo, ciò che vale la pena portare avanti.

La grande frattura – che rende il discorso diverso e più complesso – è proprio l’avvento dei mezzi di comunicazione.  Nel 1957, due anni dopo la nascita della TV, gli abbonati erano 67.300 e 80 su più di 50 milioni di abitanti, oggi praticamente tutti vengono considerati, dalla nascita, teleutenti.  Ogni anno ricevo una poco gentile lettera dall’ufficio abbonamenti RAI per sollecitarmi a pagare l’abbonamento di un apparecchio che continuo a non avere.  Esistere insomma e non possedere un televisore non viene neppure preso in considerazione.

L’irrompere dei mass media nella nostra civiltà ha creato una frattura nello sviluppo dell’umanità alla quale, a mio avviso, non è stata prestata sufficiente attenzione.

Un tempo, nella vita dell’uomo, esistevano momenti naturali di silenzio, di contemplazione.  Ora non è più così.  Ovunque ci troviamo, siamo avvolti da un costante rumore, frastornati da una quantità di apparecchi che parlano nelle nostre orecchie, di immagini che colpiscono i nostri occhi.  Parole e immagini che forse non desideriamo ma che comunque ci toccano, modificando la nostra capacità di percezione e di analisi.  Lo fanno subdolamente, inducendoci a pensare ciò che si vuole sia pensato.

L’uomo moderno è l’uomo della frammentazione, l’uomo che vive costantemente su un palcoscenico, facendosi imbeccare pensieri e parole da un suggeritore nascosto nella buca catodica.

Da anni vado dicendo – voce che grida nel deserto – che la televisione è veleno per i bambini, non per una sorta di moralismo, da cui mi ritengo immune, ma perché, in menti ancora non formate, l’uso dello zapping frantuma la capacità di seguire un filo logico, dunque annulla la possibilità di apprendere.

L’incapacità di seguire una storia si trasforma nell’impossibilità di concludere un ragionamento, di cogliere un nesso tre le azioni e le loro conseguenze.

Per molti intellettuali, la televisione è considerata come una ricchezza per le giovani generazioni, capace di aprire una finestra sul mondo.  Probabilmente, per i loro figli, è davvero così, perché sono in grado di integrarla con ragionamenti e regole che rendono il mezzo se non positivo, almeno neutro.  Ma si tratta dell’esperienza di un’élite, che non incide sulla maggioranza dei bambini, abbandonati per ore e ore davanti allo schermo acceso.

Avendo frequentato parecchie scuole e parlato con molte maestre, mi sono resa conto che, negli ultimi anni, la riduzione del tempo di attenzione è spaventosamente aumentata.  Se anche riescono a formulare, a fatica, una domanda, i bambini non hanno più né la capacità né l’energia di recepire la risposta.

La fruizione epidermica della vita – che ci viene costantemente proposta dai mass media – condannerà una gran parte della civiltà contemporanea al destino del lemming, quei piccoli roditori che in massa, per ragioni sconosciute, si buttano in mare dalle scogliere del nord Europa.  Così i nostri bambini, che non sono riusciti a diventare adulti, perché è stata sottratta loro la capacità di apprendere e maturare, di lottare, di comprendere la grande ricchezza della vita, non potranno far altro che dirigersi in massa dove la grande antenna dei mass media dirà loro di andare.

In realtà, malgrado si continui a decantare la nostra civiltà altamente democratica, viviamo in una invisibile e implacabile dittatura.

La dittatura della felicità.

Non è questo forse il vitello d’oro dei nostri tempi?  Essere felici. Ma che cosa è la felicità?

Il messaggio che ci viene ossessivamente proposto dai mass media è quello del possesso, del consumo dei beni materiali, del soddisfacimento immediato di ogni pulsione.

In questo senso, il tempo che si sta preparando ha caratteristiche di straordinaria povertà.  Poesia, pittura, musica sono ormai quasi scomparse dai nostri orizzonti educativi.

Eppure è propria la capacità di immaginare la bellezza, di riprodurla e di riconoscerla, il tratto distintivo dell’essere umano.

L’unica dimensione che sembra accettata e qualificante è quella della chiacchiera.

Non avendo la felicità, e non sospettando che questa condizione possa venire dal nostro interno, da un sano rapporto con il cielo e con la terra, non ci resta che aggrapparsi – nei pochi spazi lasciati liberi dall’intrattenimento – all’altra grande dinamica dei nostri tempi: la rivendicazione.

Sfogliando un qualsiasi giornale – in qualsiasi giorno dell’anno – ci si rende conto che il nostro paese è costellato da tante monadi che seguono l’inflessibile principio dell’autoreferenzialità.

Viviamo in una società atterrita dal cambiamento e dunque nemica della vita, perché la vita è cambiamento.

Non avendo più regole interiori e non sapendo più collocare il proprio destino in quello più grande dell’universo, non conoscendo altra legge che quella del soddisfacimento dei propri istinti, siamo diventati delle povere creature e, oltre che povere, paurose.

Viviamo difendendoci da tutto e da tutti, costantemente tesi, pronti all’attacco come un cane affamato che difende la sua ciotola. Questa condizione, ci porta anche a essere straordinariamente soli, perché se l’altro è il nemico, di chi mai ci si potrà fidare?

Ed ecco l’altra grande contraddizione.  Possiamo comunicare in tutti i modi, ma siamo disperatamente soli.  Il tessuto sociale è polverizzato, l’idea di appartenere a sistema civile complesso, che richiede da parte nostra responsabilità, generosità e partecipazione per costruire un futuro migliore, è considerato ormai un retaggio ottocentesco.

Una delle cose che più mi colpisce – e mi fa soffrire – del nostro paese è la totale incuria verso le giovani generazioni.  Il sistema scolastico, vittima della demagogia dei vari orientamenti politici, è praticamente distrutto.

La maggior parte delle famiglie, fustigate da psicologi, sociologi, sessuologi e profeti massmediatici, ha smarrito quel buon senso educativo che per millenni è stato il fondamento portante della società.

I ragazzi appaiono esteriormente sicuri ma, internamente, sono fragilissimi, incapaci di lottare, di affrontare una sola frustrazione.  Vivono in uno stato larvale fino praticamente alla mezza età, avvolti nel tepore di un ambiente che tutto concede e nulla pretende.  Vivono aspettando che la vita arrivi: il lavoro, la casa, il matrimonio, senza accorgersi che, aspettando, la vita in gran parte se ne è già andata.

La società delle rivendicazioni e il mondo del lavoro hanno una forte responsabilità in questo sfacelo, perché sono i primi a negare ai non pochi giovani di valore e di talento – ricercatori, studiosi, artisti, scienziati – la possibilità di mettersi alla prova e di realizzarsi, costringendoli in un limbo di frustranti attese.

I giovani sembrano esistere unicamente come consumatori o come destinatari delle varie demagogie elettorali.

I giovani sono annoiati, disillusi, arrabbiati e hanno tutte le ragioni di esserlo, perché la nostra società li ha sempre trattati come dei cassonetti – eleganti, disinfettati, puliti – ma sempre cassonetti.  Fin dalla più tenera età, infatti, le loro menti e i loro cuori sono stati bombardati da un profluvio di volgarità e di violenza.  Li hanno convinti a credere che è solo la legge del più forte a vincere, e che il fine giustifica sempre i mezzi.

Nessuno sembra più scandalizzarsi per questo, nessuno sembra ricordarsi che il bambino è una creatura fragile, un essere in formazione e che, da questa formazione, dipenderà il suo futuro e quello della società.

Scandalizzare i piccoli non trova perdono neppure nel Vangelo ed è il modo migliore per prepararsi un futuro catastrofico.

Scrivere libri – e libri molto letti – mi ha dato la possibilità, in questi anni, di entrare in contatto con un grandissimo numero di persone.  Persone attive, capaci, appassionate, desiderose di cambiare in meglio.

Queste persone non compaiono mai nei telegiornali, sulla stampa, nel mondo dei mass media, ma sono proprio loro a tenere in piedi il paese: la maestra che ama insegnare, il medico scrupoloso, il libraio che apprezza i libri, i tanti volontari che dedicano le loro energie e il loro tempo non alla rivendicazione ma alla costruzione.  Costruzione di un bene comune, di un comune sentire.

Sono proprio queste persone – persone che non inseguono il vitello d’oro dell’eterna felicità, ma costruiscono l’oggi per un domani e dedicano il loro tempo a difesa dell’unicità dell’essere umano – che devono farsi carico di far germogliare i semi di un nuovo modo di sentire e di affrontare la vita, fornendo ai bambini e ai ragazzi le armi interiori necessarie per contrastare il potente e nefasto influsso dei mass media.

Altro che inglese, impresa e internet!  Bisognerebbe inserire, fino dalle elementari, ore di silenzio e di meditazione, ore di osservazione e di concentrazione, perché una mente che svolazza di qua e di là come un pappagallo spaventato, è una mente perfettamente inutile.

Bisogna tornare a essere modelli di vita per i giovani, persone da ammirare, de emulare, e non vessilli impauriti del degrado.  Senza silenzio, senza etica, senza capacità di fare progetti non si costruisce la pienezza dell’essere umano.

In tempi negativi come il nostro, in cui volgarità, sciatteria e bruttezza tengono lo scettro di reginetta, bisogna riportare il discorso sull’uomo come creatura nobile, che realizza il suo destino nell’evolversi e non nell’abbrutirsi.

Le persone di buona volontà devono incidere, ognuna nel loro campo, per riportare la centralità del discorso sull’uomo come complessità, e sulla complessità come ricchezza.

Devono saper riaffermare che è nel saper creare relazioni il dato fondante dell’essere umano, e che il saper creare reazioni implica sempre l’apertura, la capacità di accogliere invece che di respingere.

La persona ricca è la persona umile, è la persona che osserva sempre con stupore le cose che lo circondano, perché la meraviglia è lo stato degli sguardi – e dei cuori – che si rinnovano ogni giorno.